domenica 4 novembre 2018

BLANCA


Anni fa ho avuto il piacere di scrivere l'introduzione del volume Blanca, di Jiro Taniguchi, ancora disponibile oggi sotto forma di ristampa (Planet Manga). Qui sotto posto proprio quella introduzione.

Pare che i cani discendano dai lupi, ma sono ormai passati millenni da quando vagavano liberi nelle foreste. Da tempo immemore diventati mansueti, sono gli animali da compagnia per antonomasia, tanto da meritarsi la definizione di “migliori amici dell’uomo”.
Mentre scrivo queste righe Bill sonnecchia sdraiato dietro la mia sedia, su una coperta, vicino al caminetto acceso. Al piano di sopra, Napoleone preferisce il divano, indifferente ai suoni provenienti dal televisore. Sono, ovviamente, i miei due cani. Spesso li osservo. Guardandoli fissi cerco di cogliere nei loro occhi qualche bagliore della fierezza e della furia dei loro avi, ma in quelle sfere acquose non traspare nulla del genere. Tranquilli e un po’ annoiati si gustano i piccoli piaceri della vita: un buon sonno, il tepore della casa, l’attesa della cena. Tuttavia, convivo con dei cani da abbastanza tempo per non lasciarmi ingannare: quello che vedo è solo uno dei molteplici aspetti della loro natura. Portati nei boschi sono in grado di correre a perdifiato per delle ore, d’inverno possono resistere a temperature polari semplicemente arrotolandosi su se stessi, di fronte al pericolo sfoderano una dentatura temibile e uno sguardo che non promette nulla di buono. L’antico retaggio del lupo cova ancora dentro di loro, come la fiamma nella brace, pronto a riemergere nel momento della necessità e del pericolo.
La letteratura avventurosa ha saputo ben raccontare questa doppia anima del cane. Jack London, in particolare, l’ha dipinta a parole in romanzi immortali come “Zanna Bianca” e “Il Richiamo della foresta”. C’è molto di Buck, protagonista di “Il richiamo della foresta”, in Blanca. Entrambi si ritrovano sbalzati in un mondo nuovo e ostile, entrambi affrontano distese gelide e selvagge, in grado di resistere ai rigori del tempo e alla furia della natura, pronti a combattere gli esseri umani ma anche a difenderli a rischio della propria vita, quando li identificano come amici piuttosto che avversari. Anche questo fa parte della loro natura.
Jiro Taniguchi conosce bene i cani. Ha vissuto con loro e ha raccontato il profondo legame che si crea tra uomo e animale in quel piccolo capolavoro che è “Allevare un cane”. Ma, a suo stesso dire, tra i tantissimi manga realizzati in autonomia (senza uno sceneggiatore, cioè) è proprio “Blanca” la sua opera preferita. Forse perché dalle sue pagine la doppia anima canina, domestica e selvaggia al contempo, emerge appieno. Basta osservare un primo piano di Blanca, gettare uno sguardo fugace ai suoi occhi, per comprenderne il pensiero. Dolore, riconoscenza, fierezza, rabbia, ferocia sono tasselli di un complesso puzzle caratteriale che poco ha da invidiare a quello umano. Animale domestico suo malgrado restituito alla vita selvaggia, Blanca è capace di inaudita violenza come di struggenti gesti d’affetto. Al di là del suo straordinario addestramento, è un cane, semplicemente e meravigliosamente un cane. Non sarebbe giusto chiedergli nulla di più, attribuirgli nulla di meno. Vi lascio quindi alla lettura delle sue avventure, introducendole con le parole di Jack London: “Quella non era una vita oziosa, baciata dal sole, senza niente da fare se non passare il tempo e annoiarsi. Qui non c’era pace o riposo, né un attimo di respiro. Tutto era confusione e azione, e in ogni momento si rischiava la vita. Era assolutamente necessario stare sempre all’erta, perché quei cani e quegli uomini non erano cani e uomini di città. Erano dei selvaggi che non conoscevano altra legge che quella del bastone e della zanna.”

sabato 3 novembre 2018

LE DONNE DI SORAYAMA


Anticipo subito che non sono un grande fan di Hajime Sorayama, semplicemente perché al disegno iperrealistico preferisco quello maggiormente sintetico. Tuttavia, non si può negare la grande perizia tecnica di questo artista giapponese nato nel 1947, che fin da giovanissimo realizza immagini su carta. Tra le sue preferenze vi sono sempre state l'iperrealismo e l'erotismo, a tal punto che fu espulso da scuola a causa di una dojinshi considerata troppo oscena, Pink Journal. Dopodiché ha cominciato a lavorare come professionista, prima in pubblicità poi nell'illustrazione. A renderlo noto internazionalmente sono state le sue donne, statuarie e provocanti, iperrealistiche e fantastiche allo stesso tempo, lungamente immortalate su pagine di magazine come Penthouse. Ma le sue donne più famose non sono donne, bensì robot, incredibili creature meccaniche dalle fattezze femminili, con il freddo metallo che riesce a essere fortemente sensuale. Poi ci sono le ginoidi, altre creature femminili, in cui l'organico si fonde con l'inorganico, la carne con l'acciaio. “Ho sempre amato il metallo”, afferma Sorayama sorridendo e confessando di essere un feticista “del metallo, dei vestiti sintetici, delle scarpe col tacco a spillo.” Le sue creature sono una particolare miscela di realismo e fantasia, di presente e futuro, con una sessualità trabordante che colpisce e talvolta inquieta al medesimo tempo. Sogni erotici di un etereo che cerca di farsi concreto, ma che rimane intangibile. Purtroppo nel volume Venom, edito diversi anni fa dalla casa editrice spagnola Norma Editorial, non sono presenti robot e ginoidi, ma solo donne in carne e ossa, in pose talvolta parecchio audaci. In aggiunta, redazionali (in spagnolo) che spiegano le tecniche dell'artista. Il volume è esaurito da tempo, ma in Italia può essere trovato da fioridiciliegioadriana@gmail.com.




venerdì 2 novembre 2018

GIAPPOMANIA


Ormai i libri sul Giappone impazzano e, viste le tante proposte, bisogna cercare di essere originali. Giappomania punta molto sulla grafica, con illustrazioni finto infantili, a corredo di una miriade di curiosità. Il libro è divertente e punta molto sui dettagli, risultando complessivamente parecchio piacevole da sfogliare e leggere saltando da un argomento all'altro, a piacere, come bambini curiosi e irrefrenabili. Attenzione, però, a non mitizzare troppo il Giappone, suggestione nella quale di tanto in tanto sembra scivolare anche questo volume. Per esempio, la visione simpatica e quasi animalista dei corvi (la pagina in questione è mostrata anche nelle immagini presenti in questo post) è smentita dai provvedimenti presi anni fa nelle grandi città come Tokyo, ove quegli uccelli sono stati sterminati perché considerati troppi, troppo chiassosi, troppo fastidiosi. La tanto decantata cortesia giapponese, poi, è frutto di consuetudini ed etichette che hanno a che fare con la forma e non con i contenuti. Dietro tutti quegli inchini e quelle apparenti gentilezze spesso c'è solo indifferenza.  In altre parole, godetevi il libro (Rizzoli, 217 pagine, 19,90 euro), ma non crediate che il Giappone sia una sorta di Paradiso terrestre, poiché ha i suoi problemi come tutti i Paesi del mondo.






BOYFRIEND di FUYUMI SORYO


Fuyumi Soryo (classe 1959) è una mangana abbastanza nota anche Italia, grazie a manga come Mars, Sole maledetto e Maria Antonietta. Uno dei suoi primissimi titoli, Boyfriend (del 1985) è però inedito nel nostro Paese. Si tratta di uno shojo che ruota attorno alla relazione sentimentale tra Masaki, promessa del basket e teppistello, e Kanako, ragazza con problemi cardiaci. L'illustration book dal titolo Boyfriend raccoglie illustrazioni legate alla serie e mostra una Soryo ancora un po' acerba e abbastanza lontana della immagini più accurate, ma anche più fredde, dei suoi titoli più recenti. Adolescenti sognanti, colori sgargianti, atmosfere da love story e uno stile grafico che ancora cerca la propria strada ma risulta già efficace, danno forma a illustrazioni davvero gradevoli e interessanti per chi vuole scoprire un lato poco noto di quest'autrice. Il libro, da tempo fuori commercio, può essere rintracciato nel mercato dell'usato. In Italia può essere richiesto a fioridiciliegioadriana@gmail.com.



giovedì 13 settembre 2018

IL GIAPPONE DI THE PASSENGER


La casa editrice Iperborea annuncia per il novembre di quest'anno, all'interno della collana The Passenger, un volume dedicato al Giappone. Ecco la scheda dell'editore.

The Passenger lascia l’Europa e sbarca in Giappone, dove la missione di esplorare il contemporaneo è più stimolante che mai. Il popolo del Sol Levante reprime le emozioni e protegge la propria cultura, la sua anima è considerata ancora oggi impenetrabile, per avervi accesso c’è bisogno della sensibilità di uno scrittore, del coraggio di un reporter, della lucidità di un giornalista. Ad accendere una luce, spesso cupa, sul Giappone contemporaneo sono molti neologismi che indicano le derive più pericolose della sua società come per esempio karoshi, la “morte per troppo lavoro”, o kodokushi, la “morte in completa solitudine”. In questo viaggio nel Giappone contemporaneo scopriamo come la tragedia di Fukushima ha riacceso il culto degli antenati e la passione per il sumo non si sia mai spenta, sebbene i campioni di quest’antichissima disciplina siano ormai tutti stranieri. Tutto questo in un Paese estremamente chiuso verso l’immigrazione e allo stesso tempo cosi affascinato dalla cultura da fuori, soprattutto quando è esotica come la black music di cui vanno pazzi. E per capire l’atmosfera di Tokyo, – sempre più moderna e proprio per questo eternamente nostalgica – quale mezzo migliore di un viaggio sull’ultimo tram rimasto, la linea Arakawa, continuamente minacciata dalla chiusura e prontamente “salvata” in nome di un Giappone che non c’è più?

YOSHITAKA AMANO


La casa editrice statunitense Dark Horse annuncia per fine anno un illustration book/biografia dedicato a Yoshitaka Amano, poliedrico artista giapponese. Il volume "Yoshitaka Amano: The Illustrated Biography—Beyond the Fantasy", di 328 pagine, avrà anche una versione limited, di 424 pagine e con blu ray. Ma chi è Yoshitaka Amano? Ecco una sua scheda.

Yoshitaka Amano vanta un rapporto di lunga data con l'arte del disegno, tanto da affermare “amo disegnare da quando ero bambino”. A soli quindici anni d'età, bussa alle porte della casa di produzione d'animazione Tatsunoko per proporsi come collaboratore. Assunto come intercalatore, comincia una carriera che lo porta bene presto a diventare un ottimo character designer. Collabora a Shinzoningen Casshan (“Casshan il neoroide” del 1973, in Italia Kyashan), e Uchu no Kishi Tekkaman (“Tekkaman il cavaliere dello spazio” del 1975), due delle tre serie (manca Polymar) conosciute anche col nome collettivo di “trilogia degli eroi solitari” o “trilogia degli choojin” (superuomini). A questi si aggiunge Kagaku ninjatai Gatchaman (“Il gruppo scientifico ninja Gatchaman” del 1974, in Italia La battaglia dei pianeti). Amano partecipa anche alla romantica versione giapponese di Pinocchio, dal titolo Kashi no ki Mokku (“Mokku della quercia”), alla serie di Yattaman (la sua preferita) e a molte altre. Dopo quindici anni di attiva collaborazione con la Tatsunoko, gli anime cominciano a stargli stretti. All'età di trent'anni diventa quindi freelance, cominciando una nuova carriera. È il mondo dell'illustrazione ad accoglierlo, ecco quindi le spettacolari illustrazioni per romanzi e racconti, per cover di libri di fantascienza e fantasy. I suoi pennelli illustrano sia opere occidentali che asiatiche, come il fantasy Elric di Michael Moorcock, ma anche il Genji Monogatari e le 1001 Notte. Dai disegni in bianco e nero ricchi di campiture contrastanti passa a un colore raffinato. Omaggia il pittore Gustav Klimt con l'uso dell'oro, ma anche la protofantascienza di Jules Verne con le sue macchine improbabili, fonde l'Oriente con l'Occidente. Autore sempre uguale e sempre diverso, si cimenta anche nell'illustrare i tarocchi. Di tanto in tanto fa ritorno all'animazione, per esempio per occuparsi del character design di Vampire Hunter D, di cui ha già illustrato i romanzi di Hideyuki Kikuchi. Comincia a occuparsi anche di videogame, partecipando al successo internazionale di Final Fantasy dal primo gioco fino al tredicesimo.
Nel 1996 si trasferisce a New York e si avvicina al fumetto americano. La DC gli commissiona due poster, uno per Superman e uno per Batman, poi illustra un romanzo di Sandman, sempre per la DC, e uno di Elektra, questa volta per la Marvel. Intanto in Giappone continuano a essere pubblicati i suoi illustration book, raccolte di immagini che rivelano anche un lato fiabesco e comico, come N.Y. Salad (sottotitolo “The World of Vegetable Faires”), in cui comuni verdure assumono l'aspetto di fiabeschi e simpatici folletti.
Importanti mostre sulla sua ate vengono allestite in Giappone, Stati Uniti e Giappone. Tra i suoi ultimi lavori vi è anche un manga, Hero, storia in stile pittorico di un uomo che percorre l'universo alla ricerca di una donna che lo ha tradito e del proprio io. Questa serie in un certo senso chiude un cerchio, dato che lo riporta alla sua prima passione, il fumetto, che nei suoi anni giovanili aveva potuto coltivare solo in brevi storie in bianco e nero.

venerdì 27 luglio 2018

IL MIO VICINO TOTORO

Diversi anni fa ho avuto il piacere di curare l’edizione italiana del romanzo di Totoro (dal lungometraggio in animazione di Hayao Miyazaki). Vi ripropongo qui sotto l’introduzione. Il volume è fuori commercio, ma potete trovarlo nel mercato dell’usato.
Sotto il testo, invece, metto delle immagini dall’AM JuJu (una collana di libricini giapponesi) dedicato sempre a Totoro, che con poco testo e molte immagini ripropone momenti salienti del medesimo film. Questo libretto in Italia può essere richiesto a fioridiciliegioadriana@gmail.com.



È un meccanismo classico delle fiabe quello che vuole che queste ultime siano collocate al di fuori dello spazio e del tempo. Il classico incipit "c'era una volta…" tende a spostare la collocazione temporale in un non-tempo passato e lontano, mentre le ambientazioni fantastiche utilizzano un non-luogo molto differente dalla realtà. Il tutto, però, per narrare qualcosa che ha molto a che fare con il reale: odi, amori, avventure, atti eroici. Decontestualizzando la storia, la fiaba vuole semplicemente renderla eterna, adatta a qualsiasi luogo e a qualsiasi tempo. È un po' quanto accade con “Il mio vicino Totoro”. Gli indizi per una sua precisa collocazione spazio-temporale sono sparsi lungo la tutta la vicenda: la campagna giapponese, gli anni Cinquanta (desumibili dai mezzi di trasporto e dalla malattia da cui è afflitta la madre delle giovani protagoniste) e altri dettagli, ci fornisco un quadro tutto sommato abbastanza chiaro di dove e quando si svolge la storia, tuttavia il modo in cui è narrata la rendono una fiaba moderna. Nonostante i deliziosi dettagli nipponici conferiscano una vena poetica, la vicenda avrebbe potuto essere ambientata anche tra i boschi di un Paese europeo, ottenendo il medesimo risultato. Hayao Miyazaki, come in molte altre sue opere, utilizza luoghi e situazioni familiari per raccontare temi senza tempo: il passaggio dalla città alla campagna, le gioie dell'infanzia, la magia della scoperta.
È tipico della fiaba anche il duplice modo di vedere il mondo, quello dei comuni mortali e quello degli "iniziati", individui, in questo caso i bambini, in grado di vedere una creatura fantastica come Totoro (ma è veramente fantastica?).
Prima di concludere, una piccola nota su questo romanzo. È stata Tsugiko Kubo ad accollarsi il difficile compito di trasformare le immagini in parole, con risultati davvero incoraggianti. Per chi temesse di trovarsi di fronte a un duplicato cartaceo del lungometraggio, anticipiamo subito che la scrittrice è stata sia in grado di rendere nuovamente vivi i personaggi e avvincenti le situazioni, ma anche abile – approfittando nel maggiore spazio a disposizione – di aggiungere nuovi dettagli a questa poetica vicenda. Il risultato finale è il libro che stringete tra le mani, ulteriormente impreziosito dalle immagini di Miyazaki, consigliato a grandi e piccini perché, come ogni fiaba, non ha limiti d'età.




mercoledì 25 luglio 2018

BURNING BLOOD


Masami Kurumada (1953) debutta nel mondo dei manga nel 1974. Dopo il classico apprendistato come assistente e qualche storia breve, realizza la sua prima serie di successo, Ring ni Kakero, incentrata sul giovane pugile Ryuji Takane. Nella successiva Fuma no Kojiro, racconta lo scontro tra due clan di ninja.
La popolarità dell’artista viene confermata nel 1986 grazie al manga Saint Seiya (in Italia conosciuto come I cavalieri dello Zodiaco), storia di leggendari cavalieri in armatura che difendono una principessa dalle forze del male, in scenari che devono molto alla mitologia greca. Il manga viene più volte trasformato in anime, rendendo Kurumada noto anche al di fuori del Giappone e i suoi cavalieri amati sia dal pubblico maschile sia da quello femminile, nonostante il manga fosse originariamente uno shonen.
Nell'opera successiva, dal titolo Bt'X, tornano gli eroi in armatura ma in un contesto fantascientifico. Il manga in questione è infatti ambientato nel futuro prossimo, ove il protagonista Kotaro è un luminare della robotica rapito dagli emissari dell'Impero meccanico. Per salvarsi deve trasformarsi in un combattente dalla parte del bene, indossando un'armatura tecnologica e cavalcando il pegaso robotico X.
In tempi recenti Kurumada si è dedicato al rilancio dei suoi personaggi più popolari, i Cavalieri dello Zodiaco, grazie a nuovi manga, prequel della vecchia serie, non sempre affidati alle sue cure.
A prescindere dalle serie e dalla loro ambientazione, in ogni manga di Kurumada emerge evidente la figura classica dell’eroe: un uomo tutto d’un pezzo, pronto a qualsiasi sacrificio pur di vedere trionfare i propri ideali. Il disegno, un po’ incerto agli esordi, si è fatto sempre più deciso e pulito, puntando su personaggi dai grandi occhi e dalle chiome ribelli, nonché su spettacolari scene di combattimento.
Il volume Burning Blood è stato pubblicato più di 20 anni fa (è datato 1996), ma ancora oggi rappresenta ottimamente questa visione eroica e spettacolare dei protagonisti dei suoi titoli, ulteriormente evidenziata dal grande formato (ben 26 per 33 centimetri) che consente alle illustrazioni a tutta pagina di colpire il lettore con tutta la loro forza evocativa.
Kurumada non è, e non sarà mai, un virtuoso del disegno, ma quelle figure dal tratto pulito e semplice continueranno ad accattivarsi la simpatia dei giovani lettori ancora per lungo tempo.
In Italia il volume può essere richiesto a fioridiciliegioadriana@gmail.com.





giovedì 12 luglio 2018

NEL PAESE DEI FIORI DI CILIEGIO


Tra la miriade di mangaka ancora poco noti in Italia spicca il nome di Fumiyo Kouno. Nata a Hiroshima il 28 settembre 1968, Kouno comincia a disegnare manga mentre frequenta le scuole superiori. Si iscrive poi alla facoltà di scienze dell’università di Hiroshima, ma alla fine la abbandona proprio per dedicarsi ai manga. Si trasferisci quindi a Tokyo, ove svolge il lavoro di assistente per alcuni autori professionisti, tra cui Katsuyuki Koda, Aki Morino, Fumiko Tanigawa. Finalmente, nel 1995, pubblica il suo primo manga da autrice completa, Machikado Hana Dayori. Nel 1997 tocca invece a Pippira Note, entrambi per la casa editrice Futabasha. Le sue serie hanno un’ambientazione quotidiana e sono portate sulla carta con un tratto semplice, ma attento ai piccoli dettagli. Inoltre i retini sono totalmente assenti, a vantaggio di un tratteggio discreto che, accompagnato da un uso limitato dei neri, contribuisce a rendere le tavole molto luminose. In Pippira Kouno si concentra sui piccoli volatili, probabilmente ispirata dal canarino di casa, creando brevi storie che diventano anche una sorta di vademecum nella cura e convivenza con queste creature volanti.
Nel 2003 il suo editor in Futabasha le propone di realizzare un manga su Hiroshima. Inizialmente Kouno ritiene che la richiesta si riferisca a una serie sul quotidiano, in linea con le sue precedenti produzioni, ma poi comprende che il redattore desidera invece una storia sulla tragedia di Hiroshima, colpita da una bomba atomica alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Perplessa e un po’ spaventata dal tema (che non ha vissuto in prima persona, ma che da decenni aleggia come un fantasma su tutta la popolazione della città), alla fine Kouno decide di affrontare il compito, dando vita a tre racconti brevi (“Yunagi no Machi”, “Sakura no Kuni”, “Sakura no Kuni 2”), gli ultimi due dei quali collegati tra loro, poi raccolti nel volume Yunagi no Machi Sakura no Kuni edito anche negli Usa col titolo Town of Evening, Country of Cherry Blossom. L’attenzione dell’autrice non si concentra sul momento della terribile esplosione, ma sulle sue conseguenze a lungo termine, posando il delicato sguardo sugli hibakusha (sopravvissuti) e sui loro figli (a loro volta hibakusha) che continuano a morire nei decenni seguenti a causa delle radiazioni. Il dolore fisico di queste persone si accompagna a un dramma psicologico ancor più doloroso, il ricordo struggente e spaventoso di quei momenti fatali, in cui hanno visto parenti, amici, un’intera città sgretolarsi davanti a loro. Un ricordo accompagnato da uno strisciante e terribile senso di colpa, quello di essere appunto sopravvissuti, una fortuna che non è toccata ai loro cari. Così Kouno riesce a trattare lo spinoso tema partendo da un punto di vista a lei congeniale, quello umano, fatto di piccoli gesti quotidiani, lunghi silenzi, ricordi sussurrati, dignitosa sofferenza. Il suo disegno, a volte quasi infantile, che parrebbe poco adatto a tale tipo di storia, si rivela invece ottimale, riuscendo a smussare la crudezza delle scene di morte e a entrare in punta di piedi nella vita dei protagonisti. Il volume è stato trasformato in un film live action, di cui non ci risulta purtroppo esistere una versione occidentale. Quest'anno, però, Kappa Edizioni ha pubblicato il manga su Hiroshima col titolo "Hiroshima. Nel Paese dei fiori di ciliegio".

per tutte le immagini © Fumiyo Kouno



martedì 3 luglio 2018

UN PUGILE MISTERIOSO


La boxe, o pugilato per dirla all’italiana, è conosciuta come la “nobile arte”, poiché dovrebbe esaltare alcune delle migliori caratteristiche dell’uomo, come la forza, il coraggio, l’intelligenza. È partendo da tale ottica che, nel 1867, J.S. Douglas, marchese di Queensberry, scrisse il codice della boxe scientifica, cercando di regolamentare tale disciplina, praticata fin dall’antichità, rendendola meno violenta e trasformandola in uno sport fatto, oltre che di forza bruta, di abilità, destrezza e velocità. A parte qualche differenza, le norme di Queensberry regolano ancora oggi gli incontri sul ring: obbligatorietà dei guantoni, knock out (un pugile perde se non si riprende entro dieci secondi dai colpi ricevuti), categorie di peso (gli incontri devono avvenire tra pugili all’incirca dello stesso peso).
A prescindere dalle intenzioni del nobile, nella realtà la boxe è stata spesso un concentrato di violenza e nel ventesimo secolo anche un mezzo di riscatto per le classi più povere, i cui rappresentanti più forti e determinati vedevano tale disciplina come lo strumento per una scalata sociale negatagli nella vita di tutti i giorni. Come nel caso di Cassius Marcellus Clay Jr., che poi cambiò il proprio nome in Muhammad Ali, più volte detentore del titolo di campione mondiale dei pesi massimi tra il 1964 e il 1978. Anche l’italiano Primo Carnera, campione mondiale nel 1933, trovò nella boxe una via d’uscita alla povera vita d’immigrato, finendo anche per diventare un simbolo del fascismo italiano, che lo sfruttò per pubblicizzare una presunta italica forza.
Proprio a fronte di questo loro duplice aspetto, tragico ed eroico allo stesso tempo, il cinema ha sempre avuto un rapporto speciale con gli atleti della boxe. Risulta persino inutile citare il pugile cinematografico per antonomasia interpretato da Sylvester Stallone, che nel 1976 ha dato il via al fortunato, seppur semplicistico, ciclo di Rocky.
Anche i fumetti hanno immortalano più volte la figura del pugile. Il personaggio più struggente è probabilmente il giapponese Joe Yabuki, noto in Italia come Rocky Joe, nato nel 1968 all’interno del manga dello scrittore Asao Takamori e del disegnatore Tetsuya Chiba. Il protagonista, Joe Yabuki è un teppistello di periferia la cui possibilità di riscatto si presenta ancora una volta sotto forma di guantoni da boxe. Questo fumetto in Italia è ancora visto come qualcosa per ragazzini, ma non in Giappone, ove personaggio e serie godono di una fama e un’apprezzamento straordinari, a tal punto che quando un personaggio moriva nella finzione narrativa gli veniva celebrato un funerale nella realtà. Anche per questo motivo per degli autori giapponesi cimentarsi con l’argomento boxe rappresenta un impegno gravoso. Lo hanno fatto lo scrittore Caribu Marley e il disegnatore Jiro Taniguchi nel volume Blue Fighter, pubblicato in Giappone negli anni Ottanta ma arrivato in Italia solo in questi ultimi mesi. Questa coppia di artisti cerca di distanziarsi da quanto già scritto e disegnato sull’argomento boxe costruendo la figura di un pugile misterioso e taciturno di cui, almeno inizialmente, non si conosce neanche il vero nome. Più picchiatore che stratega della nobile arte, Reggae (questo lo pseudonimo con cui è noto), perde più incontri di quanti ne vinca, ma a prescindere dal risultato mette in ogni match, in ogni colpo, una furia primordiale che lo porta all’attenzione del grande pubblico. La sua carriera sul ring, tuttavia, rimane scadente fino a quando non viene notato da un promoter americano che decide di trasportarlo dal Giappone alle Americhe per dargli fama internazionale e guadagnare dei bei soldi dalla sua ascesa.
È Jiro Taniguchi a portare sulla carta la vicenda. Disegnatore giapponese da diversi anni apprezzato anche in Europa, in questa sede Taniguchi sfoggia un tratto abbastanza diverso da quello più pulito e solare degli ultimi anni della sua carriera, quando preferisce optare per storie maggiormente quotidiane e intimiste. Il Taniguchi di Blue Fighter è quello dei volumi noir, dalle tavole più cupe e dal disegno maggiormente realistico e sanguigno, che nelle vignette dedicate agli incontri di boxe riesce a far emergere la violenza da ogni pugno scagliato, da ogni sguardo impietoso. I suoi boxer si muovono veloci sul ring, le loro corporature sono possenti, i loro muscoli marcati da un fitto tratteggio. L’impostazione delle tavole è perfetta, il senso del dinamismo ineccepibile, e ogni volta che un pugno parte sembra quasi di sentirlo sibilare nell’aria, per schiantarsi sul volto del malcapitato avversario.
Se nulla vi è da contestare sul piano grafico, Blue Fighter desta qualche perplessità su quello narrativo. Caribu Marley talvolta utilizza didascalie ridondanti, che poco si sposano con una storia dal fin troppo crudo realismo. Soprattutto, chiarisce poco del personaggio, il cui alone misterioso può essere affascinante all’inizio, ma diventa frustrante col passare delle tavole, quando si aggiungono nuovi tasselli a un puzzle che tuttavia sembra non volersi mai completare. Insomma, lo sceneggiatore lascia aperte più porte di quante ne chiuda, cosa non inusuale per il fumetto giapponese che tradizionalmente ha un concetto di fine diverso da quello occidentale. La conclusione del volume, dopo aver voltato l’ultima pagina, lascia quindi nel lettore un leggero senso di disorientamento per non aver compreso del tutto la figura del protagonista, pur avendone apprezzato il percorso narrativo. In poche parole, un bel graphic novel che avrebbe potuto essere un ottimo graphic novel se avesse beneficiato di qualche attenzione in più

Caribu Marley (testi) e Jiro Taniguci (disegni)
BLUE FIGHTER
J-Pop - Edizioni BD
pp. 290, euro 15,00