giovedì 12 luglio 2018

NEL PAESE DEI FIORI DI CILIEGIO


Tra la miriade di mangaka ancora poco noti in Italia spicca il nome di Fumiyo Kouno. Nata a Hiroshima il 28 settembre 1968, Kouno comincia a disegnare manga mentre frequenta le scuole superiori. Si iscrive poi alla facoltà di scienze dell’università di Hiroshima, ma alla fine la abbandona proprio per dedicarsi ai manga. Si trasferisci quindi a Tokyo, ove svolge il lavoro di assistente per alcuni autori professionisti, tra cui Katsuyuki Koda, Aki Morino, Fumiko Tanigawa. Finalmente, nel 1995, pubblica il suo primo manga da autrice completa, Machikado Hana Dayori. Nel 1997 tocca invece a Pippira Note, entrambi per la casa editrice Futabasha. Le sue serie hanno un’ambientazione quotidiana e sono portate sulla carta con un tratto semplice, ma attento ai piccoli dettagli. Inoltre i retini sono totalmente assenti, a vantaggio di un tratteggio discreto che, accompagnato da un uso limitato dei neri, contribuisce a rendere le tavole molto luminose. In Pippira Kouno si concentra sui piccoli volatili, probabilmente ispirata dal canarino di casa, creando brevi storie che diventano anche una sorta di vademecum nella cura e convivenza con queste creature volanti.
Nel 2003 il suo editor in Futabasha le propone di realizzare un manga su Hiroshima. Inizialmente Kouno ritiene che la richiesta si riferisca a una serie sul quotidiano, in linea con le sue precedenti produzioni, ma poi comprende che il redattore desidera invece una storia sulla tragedia di Hiroshima, colpita da una bomba atomica alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Perplessa e un po’ spaventata dal tema (che non ha vissuto in prima persona, ma che da decenni aleggia come un fantasma su tutta la popolazione della città), alla fine Kouno decide di affrontare il compito, dando vita a tre racconti brevi (“Yunagi no Machi”, “Sakura no Kuni”, “Sakura no Kuni 2”), gli ultimi due dei quali collegati tra loro, poi raccolti nel volume Yunagi no Machi Sakura no Kuni edito anche negli Usa col titolo Town of Evening, Country of Cherry Blossom. L’attenzione dell’autrice non si concentra sul momento della terribile esplosione, ma sulle sue conseguenze a lungo termine, posando il delicato sguardo sugli hibakusha (sopravvissuti) e sui loro figli (a loro volta hibakusha) che continuano a morire nei decenni seguenti a causa delle radiazioni. Il dolore fisico di queste persone si accompagna a un dramma psicologico ancor più doloroso, il ricordo struggente e spaventoso di quei momenti fatali, in cui hanno visto parenti, amici, un’intera città sgretolarsi davanti a loro. Un ricordo accompagnato da uno strisciante e terribile senso di colpa, quello di essere appunto sopravvissuti, una fortuna che non è toccata ai loro cari. Così Kouno riesce a trattare lo spinoso tema partendo da un punto di vista a lei congeniale, quello umano, fatto di piccoli gesti quotidiani, lunghi silenzi, ricordi sussurrati, dignitosa sofferenza. Il suo disegno, a volte quasi infantile, che parrebbe poco adatto a tale tipo di storia, si rivela invece ottimale, riuscendo a smussare la crudezza delle scene di morte e a entrare in punta di piedi nella vita dei protagonisti. Il volume è stato trasformato in un film live action, di cui non ci risulta purtroppo esistere una versione occidentale. Quest'anno, però, Kappa Edizioni ha pubblicato il manga su Hiroshima col titolo "Hiroshima. Nel Paese dei fiori di ciliegio".

per tutte le immagini © Fumiyo Kouno



martedì 3 luglio 2018

UN PUGILE MISTERIOSO


La boxe, o pugilato per dirla all’italiana, è conosciuta come la “nobile arte”, poiché dovrebbe esaltare alcune delle migliori caratteristiche dell’uomo, come la forza, il coraggio, l’intelligenza. È partendo da tale ottica che, nel 1867, J.S. Douglas, marchese di Queensberry, scrisse il codice della boxe scientifica, cercando di regolamentare tale disciplina, praticata fin dall’antichità, rendendola meno violenta e trasformandola in uno sport fatto, oltre che di forza bruta, di abilità, destrezza e velocità. A parte qualche differenza, le norme di Queensberry regolano ancora oggi gli incontri sul ring: obbligatorietà dei guantoni, knock out (un pugile perde se non si riprende entro dieci secondi dai colpi ricevuti), categorie di peso (gli incontri devono avvenire tra pugili all’incirca dello stesso peso).
A prescindere dalle intenzioni del nobile, nella realtà la boxe è stata spesso un concentrato di violenza e nel ventesimo secolo anche un mezzo di riscatto per le classi più povere, i cui rappresentanti più forti e determinati vedevano tale disciplina come lo strumento per una scalata sociale negatagli nella vita di tutti i giorni. Come nel caso di Cassius Marcellus Clay Jr., che poi cambiò il proprio nome in Muhammad Ali, più volte detentore del titolo di campione mondiale dei pesi massimi tra il 1964 e il 1978. Anche l’italiano Primo Carnera, campione mondiale nel 1933, trovò nella boxe una via d’uscita alla povera vita d’immigrato, finendo anche per diventare un simbolo del fascismo italiano, che lo sfruttò per pubblicizzare una presunta italica forza.
Proprio a fronte di questo loro duplice aspetto, tragico ed eroico allo stesso tempo, il cinema ha sempre avuto un rapporto speciale con gli atleti della boxe. Risulta persino inutile citare il pugile cinematografico per antonomasia interpretato da Sylvester Stallone, che nel 1976 ha dato il via al fortunato, seppur semplicistico, ciclo di Rocky.
Anche i fumetti hanno immortalano più volte la figura del pugile. Il personaggio più struggente è probabilmente il giapponese Joe Yabuki, noto in Italia come Rocky Joe, nato nel 1968 all’interno del manga dello scrittore Asao Takamori e del disegnatore Tetsuya Chiba. Il protagonista, Joe Yabuki è un teppistello di periferia la cui possibilità di riscatto si presenta ancora una volta sotto forma di guantoni da boxe. Questo fumetto in Italia è ancora visto come qualcosa per ragazzini, ma non in Giappone, ove personaggio e serie godono di una fama e un’apprezzamento straordinari, a tal punto che quando un personaggio moriva nella finzione narrativa gli veniva celebrato un funerale nella realtà. Anche per questo motivo per degli autori giapponesi cimentarsi con l’argomento boxe rappresenta un impegno gravoso. Lo hanno fatto lo scrittore Caribu Marley e il disegnatore Jiro Taniguchi nel volume Blue Fighter, pubblicato in Giappone negli anni Ottanta ma arrivato in Italia solo in questi ultimi mesi. Questa coppia di artisti cerca di distanziarsi da quanto già scritto e disegnato sull’argomento boxe costruendo la figura di un pugile misterioso e taciturno di cui, almeno inizialmente, non si conosce neanche il vero nome. Più picchiatore che stratega della nobile arte, Reggae (questo lo pseudonimo con cui è noto), perde più incontri di quanti ne vinca, ma a prescindere dal risultato mette in ogni match, in ogni colpo, una furia primordiale che lo porta all’attenzione del grande pubblico. La sua carriera sul ring, tuttavia, rimane scadente fino a quando non viene notato da un promoter americano che decide di trasportarlo dal Giappone alle Americhe per dargli fama internazionale e guadagnare dei bei soldi dalla sua ascesa.
È Jiro Taniguchi a portare sulla carta la vicenda. Disegnatore giapponese da diversi anni apprezzato anche in Europa, in questa sede Taniguchi sfoggia un tratto abbastanza diverso da quello più pulito e solare degli ultimi anni della sua carriera, quando preferisce optare per storie maggiormente quotidiane e intimiste. Il Taniguchi di Blue Fighter è quello dei volumi noir, dalle tavole più cupe e dal disegno maggiormente realistico e sanguigno, che nelle vignette dedicate agli incontri di boxe riesce a far emergere la violenza da ogni pugno scagliato, da ogni sguardo impietoso. I suoi boxer si muovono veloci sul ring, le loro corporature sono possenti, i loro muscoli marcati da un fitto tratteggio. L’impostazione delle tavole è perfetta, il senso del dinamismo ineccepibile, e ogni volta che un pugno parte sembra quasi di sentirlo sibilare nell’aria, per schiantarsi sul volto del malcapitato avversario.
Se nulla vi è da contestare sul piano grafico, Blue Fighter desta qualche perplessità su quello narrativo. Caribu Marley talvolta utilizza didascalie ridondanti, che poco si sposano con una storia dal fin troppo crudo realismo. Soprattutto, chiarisce poco del personaggio, il cui alone misterioso può essere affascinante all’inizio, ma diventa frustrante col passare delle tavole, quando si aggiungono nuovi tasselli a un puzzle che tuttavia sembra non volersi mai completare. Insomma, lo sceneggiatore lascia aperte più porte di quante ne chiuda, cosa non inusuale per il fumetto giapponese che tradizionalmente ha un concetto di fine diverso da quello occidentale. La conclusione del volume, dopo aver voltato l’ultima pagina, lascia quindi nel lettore un leggero senso di disorientamento per non aver compreso del tutto la figura del protagonista, pur avendone apprezzato il percorso narrativo. In poche parole, un bel graphic novel che avrebbe potuto essere un ottimo graphic novel se avesse beneficiato di qualche attenzione in più

Caribu Marley (testi) e Jiro Taniguci (disegni)
BLUE FIGHTER
J-Pop - Edizioni BD
pp. 290, euro 15,00


domenica 1 luglio 2018

UN NUOVO VOLUME DI HARUHIKO MIKIMOTO


Nato a Tokyo il 28 agosto 1959 Haruhiko Mikimoto sarebbe dovuto diventare un ingegnere, almeno era questa la facoltà che scelse quando si iscrisse alla prestigiosa università di Keio. Attirato però dagli anime, i cartoni animati giapponesi, di cui era appassionato fin da giovane quando rimase folgorato prima da Yamato e poi da Gundam, decise ben presto di intraprendere una nuova strada. Entrato a far parte del piccolo studio Artland cominciò a dedicarsi a tempo pieno all’illustrazione e all’animazione, il tutto da autodidatta o con l’aiuto di alcuni amici, senza aver frequentato alcuna scuola o corso dedicato al disegno. Il colpo di fortuna, destinato a segnare la sua carriera professionale, arrivò nel 1982, quando la Artland fu contattata per partecipare a una nuova serie televisiva animata: si trattava di “Chojiku yosai Mackuroso” (La fortezza superspazio-temporale Macross), una serie TV che venne in seguito conosciuta in occidente (assemblata con altre serie) col titolo “Robotech”, o semplicemente come “Macross". Il ruolo di Mikimoto in questa serie fu importantissimo, ne era infatti il character designer, colui che si occupa di “costruire”, fisicamente e caratterialmente i personaggi, e uno dei motivi di successo di Macross furono propri i personaggi, e in particolare Lyn Minmay, la bella catanate cinese che nella serie ha un ruolo di primo piano. Da quel momento in poi la strada di Mikimoto fu una continua scalinata, gradino per gradino, sempre più in alto verso il successo. Gli venne affidato il character design del film “Macross, Ai Oboete Imasu Ka” (Ricordi l’amore?), e di un’altra serie fantascientifico robotica, “Chojiku seiki Ogasu” (Orguss, il secolo super spazio temporale). A ruota arrivarono “Toppu o nerae" (conosciuto anche come Gunbuster), “Megazone 23”, “Mobile Suit Gundam 0080”, “Macross II”, “Macross 7” e altri. Alcuni di questi anime risulteranno sconosciuti al pubblico italiano, ma si tratta di titoli popolarissimi in Giappone (molti anche negli Usa) che tra i loro punti di forza hanno anche i personaggi usciti dalla matita di Mikimoto, tra l’altro specializzato in cantanti, o idol come vengono indicate le giovani ragazze dedicatesi al mondo della musica pop, visto che queste sono il tema portante di tutta la saga di Macross e appaiono anche in Megazone 23. Ma Mikimoto non si occupa solo di animazione: “preferisco il lavoro di illustratore”, afferma tranquillo, spiegando che è quello dove si ha più libertà e si è meno pressati dai tempi di consegna, senza contare che lavorando a un anime si collabora sempre con un’equipe, e che quindi bisogna sempre scendere a dei compromessi. I suoi fan certo non si lamentano, le illustrazioni di Mikimoto sono infatti splendide e non compaiono solamente sulle videocassette, i CD musicali e i libri illustrati dedicati agli anime a cui ha lavorato, ma anche su moltissimi romanzi di genere fantastico per cui ha realizzato copertine e illustrazioni interne. Infine c’è il lavoro di mangaka, un lavoro superbo, ma realizzato con meno frequenza rispetto ai lavori nel mondo degli anime. Tra le sue serie più note vi sono “Marionette Generation”, serializzato sul mensile Newtype e ambientato nel Giappone attuale, “Macross 7 Trash”, che lo riporta a lavorare per la serie di fantascienza che lo ha reso famoso, “Gundam Ecole du Ciel” spin-off della celebre serie animazione Gundam. In tutti i manga Mikimoto mette a frutto le sue straordinarie capacità di “costruttore di personaggi” e il suo talento di illustratore, realizzando dei piccoli gioiellini.
Il libro “Mikimoto Haruhiko Character Works” è un “malloppone” di immagini (248 pagine), omaggio alla sua carriera di illustratore e character design più che fumettista. Dalle miriade di immagini contenutevi emerge bene la cura, e la disciplina, che l’artista mette nel costruire ogni personaggio. A volte tale meticolosità può far apparire leggermente freddo il risultato finale, ma la bellezza dei personaggi femminili, l’attenzione per il dettaglio, le atmosfere malinconiche confermano le qualità di un artista che dopo quasi 40 anni di lavoro ha ancora qualcosa da dire.
In Italia il volume può essere acquistato presso fioridiciliegioadriana@gmail.com








mercoledì 23 maggio 2018

"STEP" DI HISASHI EGUCHI


Hisashi Eguchi è dei miei illustratori giapponesi preferiti e l’uscita di ogni suo nuovo libro è motivo di gioia. Artista decisamente eclettico, è in grado di spaziare dagli anime ai manga, dalla grafica all'illustrazione. In varie vesti (character designer, direttore delle animazioni, ecc.) ha partecipato a importanti lungometraggi animati come Spriggan (1998), Roujin Z (1991), Perfect Blue (1997).
Molto attivo nel campo dell'illustrazione, firma parecchie copertine di riviste, specializzandosi in immagini di giovani ragazze giapponesi su sfondi cittadini. Facendo tesoro delle proprie esperienze di illustratore e animatore realizza diversi volumi in cui propone la figura umana in numerosissime pose e situazioni, in modo da divenire una sorta di manuale per disegnatori. Tra i suoi manga va ricordato il demenziale Nantokanarudesho! (che non amo per nulla), collezione di storie brevi e autonome supervisionate da Eguchi ma non sempre realizzate da lui.
In genere predilige un tratto spesso e pulito, nonché forme morbide e tondeggianti. Talvolta, per realizzare un'illustrazione, parte da una fotografia che rielabora completamente attraverso il proprio disegno.
È molto richiesto per campagne pubblicitarie, soprattutto di bevande da bibite a vini, ma anche per realizzare cover di CD e altro.
Suo punto di forza sono le ragazze, rappresentate in modo semplice e sofisticato al medesimo tempo, e soprattutto dagli occhi estremamente comunicativi, in cui lo sguardo del lettore quasi si perde.
Questo nuovo volume, “Step”, raccoglie infatti perlopiù illustrazioni di ragazze, in bianco e nero o a colori (interessante vedere il passaggio da uno all’altro), soprattutto a figura intera ma non manca qualche primo piano. Un universo giovanile e femminile davvero incantevole, a tratti sognante eppure saldamente ancorato al quotidiano. Fortemente consigliato.
In Italia il volume può essere richiesto a fioridiciliegioadriana@gmail.com.








DOVE È NATO TOTORO


“Dove è nato Totoro” è il titolo di un nuovo libro illustrato in uscita in Giappone il 30 maggio. Per quei pochi che non lo sapessero, Totoro è il protagonista della pellicola “Il mio vicino Totoro” dell’animatore e regista Hayao Miyazaki. La storia ruota attorno a uno spirito delle montagne (il Totoro del titolo), una specie di “gatto” gigante che viene in contatto con due bambine, recentemente trasferitesi in campagna assieme ai genitori. La gigantesca creatura vive in un mondo tutto suo, al quale a quanto pare hanno accesso solo le due bambine. Così di notte possono danzare con lui nel cielo, per far crescere in pochi minuti una gigantesca quercia, o aspettare un gattobus (un gatto gigante trasformato in autobus) che sfreccia sicuro nel buio. Come in altre sue opere, Miyazaki utilizza luoghi e situazioni familiari per raccontare temi senza tempo: il passaggio dalla città alla campagna, le gioie dell'infanzia, la magia della scoperta.
Il nuovo libro (80 pagine), pubblicato per festeggiare i 30 anni del film (è del 1988), sarà incentrato sulla zona di Tokorozawa, che ha ispirato il regista, nella quale è nato Totoro. Tramite affascinanti acquerelli verrà mostrato il fascino della vegetazione locale e il passare delle stagioni. In appendice sarà presente anche un’intervista a Hayao Miyazaki.
In Italia il volume può essere richiesto a fioridiciliegioadriana@gmail.com





domenica 13 maggio 2018

DATSUZOKU



Libro di imminente pubblicazione in Italia. Riporto la scheda dell'editore.

La parola giapponese datsuzoku appartiene a quella famiglia di sostantivi che in altre lingue non hanno una traduzione corrispondente precisa. Questo termine significa fuga dalla propria routine quotidiana, quindi un allontanamento temporaneo dalle azioni che si compiono quasi meccanicamente e che occupano lo spazio delle nostre giornate. Ecco, che cosa è un libro se non un datsuzoku, un momento di evasione bellissimo e irripetibile che spezza la noia della quotidianità? Le fiabe scelte, tradotte da Valentina Avallone, fanno parte di un volume originale più ampio chiamato Green Willow and other Japanese Faiy Tales del 1910, a cura di Grace James; un'opera che cerca di riassumere in sé la quasi totalità dello scibile relativo alla mitologia giapponese, orale e scritta, a seguito di un lungo lavoro di ricerca, confronto e traduzione.

Editore ABEditore
Autore a cura di Valentina Avallone
Titolo DATSUZOKU Ricordi dal Giappone
Pagine 120
ISBN 978-88-6551-277-7
Prezzo 9,90


mercoledì 2 maggio 2018

EVANGELION COLLECTION 2007-2017


La serie animata Neon Genesis Evangelion, del 1995, ha dato un bello scossone al genere robotico, portando in scena oltre ai combattimenti tra robot i complessi legami tra i personaggi: le loro emozioni, i loro sentimenti, i loro dubbi. Su tutta la serie, inoltre, aleggiano alcuni misteri che potrebbero condannare o salvare il genere umano. Una storia ricca di citazioni bibliche e tensioni emotive, tanto da essere definita claustrofobica e criptica, con un finale che non è realmente tale. Anche la visione dei robot giganti, dall'aspetto quasi esile e muscolare, cambia radicalmente, trasformandoli in macchine inquietanti e affatto invincibili. Nel 2007 è al centro di un remake dal titolo Rebuilt of Evangelion, una quadrilogia cinematografica che rinarra la storia fornendone una versione alternativa e un finale differente.
Questo volume di 176 pagine dal grande formato (B4) e dalla carta lussuosa raccoglie oltre 600 illustrazioni a colori legate alla serie di film e realizzate tra il 2007 e il 2017. L'illustrazione di copertina è realizzata appositamente da Takeshi Honda, mentre tra i vari artisti ospitati vi sono Hideaki Anno, Yoshiyuki Sadamoto, Kazuya Tsurumaki, Akemi Hayashi, Tadashi Hiramatsu, Takeshi Honda, Hidenori Matsubara, Mahiro Maeda, Masayuki, Shoichi Masuo, Ikuto Yamashita e altri. Le illustrazioni si concentrano sui personaggi, lasciando pochissimo spazio agli Eva, e inserendoli spesso in ambienti quotidiani, fornendo al tutto un aspetto più solare rispetto alla originale serie televisiva.
In Italia il volume può essere richiesto a fioridiciliegioadriana@gmail.com.


martedì 1 maggio 2018

ASTROMOSTRI!

Il fumetto qui segnalato non è giapponese, ma dato che il Giappone e il suo immaginario rivestono un ruolo fondamentale nella sua composizione me ne occupo più che volentieri.


La collana mensile da edicola Le storie, della Sergio Bonelli Editore, è un interessante esperimento che media tra fumetto popolare e graphic novel. Proponendo a una vasta platea di lettori storie autoconclusive slegate tra loro, che condividono unicamente la veste grafica ma ospitano racconti totalmente autonomi, nonché dagli autori e dai generi differenti, è per certi versi simile a una collana libraria di romanzi dove non è necessario aver letto gli altri volumi per comprenderne e apprezzarne uno. Rinuncia, insomma, alla serialità a favore della diversificazione e di una maggiore libertà narrativa. Per esempio, il protagonista non deve essere necessariamente buono o uscire sempre indenne da un’avventura (come capita a tutti gli eroi della casa editrice, da Tex a Dylan Dog), dato che il mese seguente non sarà più lui ad apparire su quelle pagine. Ovviamente, l’editore non rinnega le caratteristiche del fumetto popolare, di cui è un giustamente orgoglioso sostenitore, ma le attenua e apre la strada a sperimentazioni che sulle sue altre pubblicazioni il più delle volte non sarebbero possibili.
L’albo di cui parliamo in questa sede, Astromostri, rompe anche alcuni tabù grafici bonelliani, come la rigida impostazione delle tavole con vignette rettangolari poste su tre file (mediamente sei vignette a tavola) consentendo al disegnatore, Maurizio Rosenzweig, tradizionalmente anarchico nelle sue scelte grafiche, di optare per soluzioni ardite come vignette a doppia pagina, tavole impostate in verticale, sequenze mute, inquadrature oblique. Il tutto con un disegno personale, ricco di un tratteggio che dà corpo a diversi gradi di grigio, a personaggi e ambienti che rifuggono le “carinerie grafiche” a favore di una maggiore credibilità. Per quanto il disegno sia di matrice europea, alcune sequenze richiamano un’impostazione orientale, nipponica, e la cosa è evidentemente voluta, dato che il fumetto è ambientato in Giappone.
Lo sceneggiatore, Antonio Serra, grande amante dell’immaginario del Sol Levante, riversa le proprie passioni nella storia, mettendo in scena un plot fatto di mistero, fantascienza e kaiju (i mostri giganti alla Godzilla). Il suo protagonista, l’americano John, dopo la Seconda Guerra Mondiale decide di trasferirsi a Tokyo poiché in tale scelta vede una strada verso il futuro. Così si piomba nel 1965, con John che lavora per il cinema e coltiva la sua passione per la fantascienza. È proprio in quel periodo che la locale cinematografia di genere ha un boom, con mostri, alieni, principesse marziane e dischi volanti. Un mondo immaginario che per John non lo è poi tanto, trovandosi al centro di una vicenda nella quale risulta difficile discernere tra realtà e fantasia, in una girandola narrativa che include un gran numero di citazioni che faranno felici gli amanti del Giappone ma potrebbero sfuggire a lettori meno avvezzi a quel mondo (ma c’è sempre googole per le ricerche). Persino il titolo è una citazione: Astromostri deriva da L’invasione degli astromostri, titolo italiano di La grande guerra dei mostri, lungometraggio giapponese del 1965 e sesto sequel di Godzilla, una delle pellicole preferite dai fan del genere, non tanto per lo scontata struttura narrativa ma per la presenza di più mostri, degli alieni Xiliens e dell’attrice nipponica Kumi Mizuno. Praticamente, il titolo risulta essere una dichiarazione d’intenti, che si conferma nella scelta dei costumi e nell’aspetto di alcuni personaggi, che sembrano usciti direttamente da quella pellicola. Insomma, gli autori strizzano l’occhio al lettore per invitarlo a seguirli in un viaggio fantastico che è anche un puzzle fatto di altri frammenti narrativi, di ricordi e suggestioni, pezzi di passato che narravano un futuro talvolta spaventoso ma sempre immaginifico e affascinante. Un grande gioco narrativo, in buona parte riuscito, soprattutto per chi si è cibato di quello stesso immaginario fantastico. Tuttavia, manca un quid per rendere l’albo veramente completo, una trama più articolata avrebbe infatti giovato a tutta l’operazione, che scevra di tutte quelle citazioni, seppur intriganti, rischia di essere troppo semplice, giocata su un balletto tra realtà e oniricità che non risulta certo nuovo in termini narrativi. Una lettura piacevole, insomma, graficamente innovativa, ma che avrebbe potuto essere qualcosa di più se avesse osato ulteriormente nel suo scardinare le convenzioni di quel fumetto popolare di cui è figlia ribelle.

LA SCHEDA
Antonio Serra, Maurizio Rosenzwaig
Astromostri (albo numero 61 della collana Le storie)
Sergio Bonelli Editore, pp. 112, euro 4,00


PUPAZZETTI COLORATISSIMI


La Sanrio è nota soprattutto per la gattina Hello Kitty e per i gemellini Little Twin Star, ma molti altri sono i simpatici personaggini ideati e commercializzati, sotto forma di una cornucopia di gadget, dalla prolifica azienda giapponese. Dalla fragola Strawberry King al coniglietto My Melody, dal maialino Zashikibuta agli noi Goropikadon, le buffe creature create per i bambini ma che fanno impazzire gli adulti sono parecchie decine. Il volume tascabile "Sanrio Days" uscito diversi anni fa cataloga tutta quelle degli anni Settanta e Ottanta grazie a immagini a tutta pagina dagli stringati testi in giapponese. In appendice, una galleria di gadget fornisce un piccolo riassunto della sterminata produzione di oggetti dedica a tali personaggi. In Italia il volume può essere richiesto a fioridiciliegioadriana@gmail.com.



lunedì 2 aprile 2018

I NEGOZI DI MATEUSZ URBANOWICZ


Mateusz Urbanowicz è un disegnatore polacco che da qualche anno vive e lavora in Giappone (per case d'animazione) e ha deciso di immortalare nelle sue illustrazioni le facciate di palazzi e negozi incontrati lungo le vie giapponesi. In effetti, soprattutto nelle vie periferiche, lontano dai palazzoni di vetro e dagli appariscenti negozi delle grandi marche, le città giapponesi sono un florilegio di piccoli shop pittoreschi, magari dalle facciate in legno, con insegne dai misteriosi kanji e dai variopinti colori, circondati da piante o biciclette, da piccoli dettagli volontari o casuali, dai furin (campane a vento) a statue di buffe mascotte. Urbanowicz ne ha colto l'essenza, l'ha distillata e l'ha portata sulla carta col suo bel disegno spontaneo e accurato al medesimo tempo, mediando tra realismo e suggestione. Queste immagini vengono ora raccolte nel volume "Tokyo Storefronts". In Italia può essere richiesto a fioridiciliegioadriana@gmail.com.